Invito a pranzo

Una delle sorelle di Sister Maureen ci aspetta per pranzo. E' strano questo alone di attenzione che ci si crea attorno, imbarazzante. E stavolta non c'è dietro nessun (sacrosanto) interesse personale, nessuna voglia di raccontare disagi, di chiedere e di ottenere qualcosa. Ora siamo semplicemente l'evento, il poter dire a tutti “ho avuto due Mundru a pranzo in casa mia!"...

Lasciamo la jeep e arriviamo dentro il villaggio a piedi, lungo un piccolo sentiero.

Ci sono una ventina di capanne e qualche capannette-latrina. La sorella di Maureen è chiaramente ciò che si definirebbe una “benestante”. Ha ben tre capanne, una per sé e per il marito, una per i figli maschi e una per le figlie femmine. E addirittura una cucina a parte, con dentro diversi bracieri di terra battuta.

Seguiamo Maureen in silenzio, accenniamo sorrisi e stringiamo mani, in quel modo africano così buffo... i palmi si incontrano per un attimo, poi vanno a stringersi attorno al solo pollice dell'altra mano, per poi incontrarsi ancora e serrare la stretta, magari enfatizzandola con la mano libera appoggiata sul proprio polso....

Per entrare nella capanna ci togliamo le scarpe e appoggiamo i piedi sulla terra dura, calda. I piedi nudi hanno immancabilmente lo stesso pacificante effetto di rallentare il tuo ritmo e rendere tutto più naturale. Entriamo. L'interno è completamente inaspettato. Di solito le capanne sono spoglie, non c'è niente dentro a parte qualche stuoia, un fornello, qualche stoviglia e qualche gallina. Ma non avevo ancora mai visto le capanne dei ricchi... è come guardare uno strano contenuto dentro un contenitore inadatto. Le pareti e il soffitto sono completamente rivestiti di teli bianchi e il pavimento è coperto di stuoie. La stanza è divisa in due parti da una fila di tende, ma la cosa più strana e che ci sono mobili: due letti da una parte della tenda, e il tipico divano-da-pranzo-con-panchetti dall'altra. Accanto al letto, una moto. Dal soffitto pendono immagini di santi e di martiri, insieme a cartoline di babbo natale...

Ci sono addirittura gli immancabili fiori finti.

Il menù è il solito delle grandi occasioni: ignassa, fagioli, riso, verdure alle noccioline, maiale, patate dolci, ananas, banane. Solo che tutto è in quantità industriale. E ti devi strafogare, per forza, altrimenti non capiscono, pensano che non ti piaccia... si offendono. Quindi ci ingozziamo, mangiando ovviamente tutto con le mani (facendo finta che sia ok sciacquarsele a malapena in una bacinella, senza sapone, dopo una mattina all'ospedale...), fino a stramazzare sul divano.

Poi restiamo lì, nel silenzio e nel dilatarsi del tempo, non so quante ore. C'è un'atmosfera di pace, di lentezza, di solidità antica. I figli, che non avevamo ancora conosciuto, sono andati a lavarsi e si sono messi i vestiti migliori per entrare da noi nella capanna.

Siedo per terra, mentre Maureen ci racconta storie del villaggio e le sue nipoti mi toccano i capelli incredule, intrecciandoli, chiedendo alla mamma se davvero non sono finti... La sorella di Maureen non parla inglese, e questo rende tutto ancora più lento. Mentre aspetta paziente le traduzioni, infila perline per noi, facendoci delle collane...

Poi arriva il glorioso momento di Peace, che si sveglia piangendo, nella sua culla accanto alla moto. E' nuda e ha i tipici fili di perline colorate attorno a collo, vita, polsi e caviglie. Viene lavata in una bacinella e poi imburrata e massaggiata con la margarina (!), dalla testa ai piedi (Dicono che serva come idratante...Non ho dubbi, ma così sembra quasi pronta per lo spiedo!).

La mamma vuole un ricordo di quel giorno, ci chiede di battezzare Peace con un nome cristiano.... Mio Dio, vorrei scomparire.... 5 lunghi minuti di panico! San Francesco.... Francesca! Mah, banale....


Vorrei restare in quella capanna almeno un paio d'anni.

Ma ce ne andiamo, prima del tramonto, con le nostre collane di perline e un piccolo groppo di nostalgia che si gonfierà nel tempo.

Cristianità

Pensavo che la mia avversione per preti, suore e gente di chiesa in genere fosse un qualcosa di solido, definito e immutabile.
Mi sbagliavo. O meglio, sono costretta ad ammettere che ci sono delle eccezioni...
In Africa anche essere un prete o una suora è un'altra cosa. Sono sopraffatta dalla grandezza di queste persone, dalla loro dedizione, dalla loro forza. Non ho mai conosciuto tanta “gente di chiesa” come nelle ultime settimane e non smetto di stupirmi ogni giorno.
Certamente non sto rivedendo le mie posizioni, ci mancherebbe. No, non ho trovato la Fede... eheh. Solo che non posso fare a meno di ammirare sempre di più queste rocce solide di generosità, che dedicano la loro esistenza alla gente, alla comunità, alla vita degli altri. Quanto è lontano dal nostro, il loro concetto di “Cristianità”....
E' ovvio, non sono TUTTI così, ci sono anche gli opportunisti, quelli che cercano di sfruttare la propria posizione solo per fare una vita migliore di tutti gli altri, quelli che perseguono solo obiettivi personali, di profitto o di interesse. Ma ci sono padre George, sister Maureen e tantissimi altri, a spostare l'ago della bilancia.
E, paradossalmente, più passa il tempo e più mi accorgo che sto sviluppando un odio profondo, viscerale, per il Vaticano e per la nostra Chiesa.
Qui a Moyo abbiamo conosciuto Father Perino, vicario dei distretti di Moyo e Adjumane, prima persona davvero “illuminata” che mi è capitato di incontrare. Uno sguardo intelligente e penetrante, indagatore, dietro un paio di occhiali da professore; un viso d'ebano incorniciato da capelli bianchissimi.
E' stato professore di teologia a Kampala, la capitale, e ha vissuto più di 10 anni in Italia. Parla italiano! Il suo “ufficio” è una piccola stanzetta ombrosa e fresca, letteralmente sommersa da centinaia di libri (libri! Incredibile, non avevo ancora visto praticamente un solo libro nelle case ugandesi. Erano nascosti tutti qui dentro....).
Restiamo a parlare con lui a lungo, ci sommerge di informazioni, aneddoti, battute, fotografie, sfoggi di cultura; sembra che stia dando finalmente libero sfogo a quella intrattenibile voglia di parlare italiano che a quanto pare premeva sotto le sue corde vocali da ormai troppi anni...
La sua lucidità e la sua obiettività sono disarmanti, dopo quello a cui ormai siamo abituate. Noi, ingenue, gli abbiamo proposto di fare una richiesta al Vaticano per la ristrutturazione degli edifici delle suore, che stanno cadendo a pezzi. Lui sorride mestamente tra i baffi: le richieste sono state innumerevoli. Al Vaticano, ad amici preti italiani, a piccole comunità cattoliche del norditalia.....Niente e nessuno. Silenzio. Da Roma non arriva nessun tipo di aiuto, né per le suore né per i bambini. La Chiesa se ne frega completamente. Si imbelletta di quei pochissimi progetti portati avanti da preti missionari italiani e se ne frega delle migliaia di preti locali, africani, che si dedicano alla loro gente ogni santo giorno, in nome di quella stessa “fede” che dovrebbe accomunare tutti gli uomini di chiesa. No, è evidente che non sono tutti uguali.... qualcuno è “più uguale” di altri.
Penso alle nostre chiese italiane, ai beni immobili, agli oggetti preziosi, ai milioni, miliardi di euro nelle casse del Vaticano... e sono presa da un disgusto pazzesco.
Mi chiedo come facciano questi preti e queste suore a tollerare un tale senso di abbandono e di indifferenza proprio da parte della LORO Chiesa, del loro Santisssssimo Papa. E come facciano a mantenere la loro dedizione, la loro convinzione e la loro forza.
Per me è questo il vero “mistero della Fede”....

Giorni di Moyo

Moyo è lontana, terribilmente lontana da tutto. Estremo nord dell'Uganda, al confine con il Sudan.
Non ci sono buone strade, non c'è corrente elettrica, non ci sono mezzi, e dal resto del Paese non arriva praticamente niente eccetto (pare) l'alcool, che viene consumato generosamente da un po' tutti gli abitanti.
I nostri giorni all'orfanotrofio scorrono via come una manciata di secondi.
La mattina presto c'è il giro quotidiano all'ospedale centrale, per visitare le bambine dell'orfanotrofio ancora ricoverate per la malaria. Pare che quella sia la norma: praticamente ogni settimana c'è qualche bambino che ha bisogno di essere ricoverato. E ogni tanto qualcuno di loro non ce la fa.
Alla nostra prima visita si è mobilitato tutto il personale dell'ospedale al completo; dottori e dottoresse che si prodigavano in mille presentazioni, spiegazioni, giri panoramici dei reparti, in cerca di un aiuto, un sostegno, o anche solo una testimonianza.
L'ospedale sembra migliore di quello di Maracha, anche se i problemi sono i soliti: praticamente manca tutto. Non c'è corrente elettrica, non c'è benzina a sufficienza per far funzionare i generatori (e le poche strumentazioni), non ci sono medicinali, non ci sono computer, non c'è acqua corrente. La mattina verso le 5 le suore che si danno il cambio nella stanza delle bambine devono percorrere infinite volte due piani di scale con i secchi in mano, per riempire una scortecciata vasca con l'acqua necessaria per lavare le bambine durante la giornata. E loro sono le più fortunate, visto che la maggior parte degli altri degenti non ha a disposizione nessuna vasca da riempire.
E' un po' triste seguire quei medici lungo i corridoi e ascoltare i loro racconti, le loro necessità, le richieste... Loro sono fiduciosi, hanno quella incrollabile convinzione che il “Ricco Bianco Europeo” che piove loro addosso dal cielo possa con un semplice schiocco delle dita risolvere qualunque tipo di problema, portare pannelli solari in quantità, fornelli a gas, campane solari per bollire l'acqua, mezzi di trasporto.... E' difficile spiegare loro che non sappiamo se potremo fare qualcosa, che non dipende direttamente da noi, che le cose non sono semplici, le dinamiche burocratiche ingarbugliate, e che i soldi mancano (questo sì, è proprio impossibile da spiegare).
Ma stiamo attente, prendiamo appunti, annotiamo contatti, cerchiamo di capire l'ordine di priorità delle cose, sperando che l'Assos possa davvero fare qualcosa nei prossimi anni.

Sister Maureen ci coccola come una mamma e nel frattempo ci porta in giro il più possibile, cercando di farci toccare da vicino i problemi della comunità.
Conosciamo Sister Alice, che si occupa dell'inserimento professionale delle donne e si sbatte per cercare di tirare su una scuola decente per poter insegnare loro un mestiere, poi la direttrice della primary school della città, a cui manderò libri in braille per i bambini non vedenti.
Ogni persona che conosciamo ci dipinge la propria storia di bisogni e mancanze, ma anche di forza e tenacia. Però traboccano dignità, tutti quanti: nessuno di loro ci ha mai davvero CHIESTO qualcosa.
Facciamo una breve visita all'orfanotrofio di Redeema, costruito interamente dall' European Refugee Fund di Londra e chiaro esempio di come la quantità di fondi di alcune associazioni europee non sia neanche lontanamente paragonabile alla nostra.... L'orfanotrofio è grande, pulito, organizzato, attrezzato con pannelli solari, tanks per la raccolta dell'acqua piovana, pompe idrauliche funzionanti, allevamento di galline in batteria...
L'unica nostra consolazione è che tutti i bambini del Moyo Babie's Home, una volta raggiunta l'età di 6 anni si trasferiranno qui (sempre se saranno sopravvissuti alle malattie, alla fame, e anche a una buona dose di sfiga a spruzzo...) e potranno studiare fino a 16 anni.
E' triste, ma non c'è un rimedio, una via alternativa: qualche villaggio, qualche struttura, qualche fortunato riceve sostegno, aiuti, denaro, bei progetti portati avanti..... E qualcun'altro no. Punto. Non ci puoi fare niente, è così e basta. Impossibile (e forse inutile) dare pochissimo a tutti. Il tanto-a-pochi è più raggiungibile.
Mi dico che a me brucia troppo vederlo, che non ce la farei a fare questo mestiere, non sono abbastanza impermeabile.
Ci siamo sfogate solo in parte facendo un giro approfondito del “nostro” piccolo orfanotrofio e facendoci svelare ogni singola magagna da Maureen, prendendo appunti e spunti da infilare nella relazione finale. Molte cose sono raggiungibili, alla portata dell'Assos: servono una pompa per l'acqua a pannelli solari come quella che abbiamo messo a Oluko, impianti di irrigazione per il piccolo orto (che ora può fornire frutta e verdura ai bambini solo durante la stagione delle piogge), bollitori per l'acqua a convezione solare, e una quantità di altre cose....
Servirebbero medicinali, moltissimo. Soprattutto contro la malaria. Abbiamo passato una giornata a spulciare quelli che abbiamo consegnato qui a scatola chiusa la settimana scorsa insieme a Mario e Gianluca... Ed è stata una delusione totale. A parte una quantità industriale di latte in polvere, i medicinali veramente utili erano pochi, e qualcuno era scaduto. Oltretutto le indicazioni erano ovviamente tutte in italiano e abbiamo dovuto passare una mattinata a tradurre tutto in un quaderno, perché le suore potessero capirci qualcosa.
Ho tentato di smorzare il mio moto di furore e insofferenza ragionandoci un po' su.... le raccolte dei medicinali non sono facili e in fondo si tende a raccogliere un po' “tutto quello che c'è” (che è sempre meglio di niente), dopodiché gli scatoloni viaggiano per mesi e mesi in un container, via mare, e restano fermi in qualche porto per altri mesi e mesi in attesa che si trovino i soldi per le tasse.... ok, ci può stare che qualcosa scada nel frattempo. Però che rabbia essere qui quasi a mani vuote.....

Ogni giorno, appena abbiamo qualche ora libera la passiamo coi bambini. Appena ci vedono al cancello ci corrono incontro per tutto il giardino. E poi tutto diventa solo un vorticare di mani, occhi, abbracci, sorrisi, frasi sconosciute, palle lanciate, altalene, giravolte impazzite, caramelle, pane in cassetta, pipì (i pannolini non esistono!), pianti, piccole zuffe, minuscole dita sull'obiettivo, vasini, mosche, pappe, nasi eternamente colanti. E amore.

Mercoledì delle Ceneri

Pare che oggi sia il Mercoledì delle Ceneri. E il tono con cui Sister Maureen ieri sera ci ha detto: “Ci vediamo domani a messa” stavolta non ammette repliche. Le Ceneri son le Ceneri, non si scappa... Quindi levataccia, e chiesa. Ma abbiamo un piano. Ci sediamo un po' in disparte, lontane dalle nostre suore, stiamo lì un po' e poi, zitte zitte, senza dare nell'occhio, usciamo dalla chiesa e andiamo a cercare un posto per mangiare, cercando di tornare in tempo per la fine della messa.

All'inizio il piano sembra funzionare e, con un'emozione trepidante da forca scolastica, zompettiamo verso l'unico bar della zona e ci accaparriamo la bellezza di un uovo sodo a testa e un pezzo di dolce duro.

Purtroppo però ci rilassiamo troppo e, quando torniamo indietro, la messa è appena finita. Siamo ancora in tempo a mescolarci nella folla, ma c'è un piccolo dettaglio che non avevamo affatto considerato: la benedizione con la cenere! Orrore... tutti quanti hanno la loro brava croce grigia sulla testa, proprio tutti. Tutti tranne noi.

Beccate in pieno...


Manu

La “mia” Manuela.....

Ha 4 anni, è magra, ha vestiti da maschio e si muove come un maschio. In questi pochi giorni a Moyo mi ha scavato addosso un solco. E' dura, rigida, ha dei modi così strani in una bambina così piccola. All'inizio era addirittura ostile, aggressiva. Aggrottando la fronte in un'espressione minacciosa, mi tirava i vestiti e mi dava piccoli pugni, sottolineando il tutto con una specie di ringhio... Una violenza difficile da ammortizzare, un'aggressività che nasce dalla solitudine, dalla paura, dalla mancanza di fiducia, dalla necessità di difendersi dagli altri...

Ho risposto alla sua rabbia con la calma, il sorriso, l'affetto. E ci siamo conquistate a vicenda.

Pian piano ha smesso di picchiarmi e ha cominciato a sorridermi; dei piccoli e brevi sorrisi improvvisi, a bocca aperta. Mi guarda da lontano, con quella sua espressione buffa, intensa, di chi sta tentando di risolvere chissà quale complessa equazione algebrica.. o di chi sta sporgendo la mente verso di te per cercare di sondarti l'anima. Poi si avvicina, mi prende la mano, si siede accanto a me e osserva da vicino gli altri bambini che mi rotolano attorno, mi toccano, mi parlano, mi tirano la palla. Non è gelosa come gli altri. E' tollerante, sicura, solida. Forse dentro di sé capisce che io gioco con tutti ma sono involontariamente quanto definitivamente sua.

Ogni tanto, mentre gioco con gli altri, io e Manu ci fissiamo negli occhi da lontano. E' un contatto strano, complice. E' un rassicurarsi a vicenda che è tutto a posto, che non ci siamo abbandonate.

Non credevo che mi sarebbe successo di provare qualcosa del genere ma giuro, se solo la legge non fosse così complicata, la porterei via subito.

So che la adotterò a distanza, che continuerò comunque a fare qualcosa per lei (e indirettamente anche per tutti gli altri bambini, visto che i soldi per le adozioni vanno a beneficio di tutti), ma quello che mi divide in due è l'idea di lasciarla di nuovo richiudere in quella sua violenza contro il mondo, nella sua mancanza di fiducia, nell'assenza di un contatto vero con qualcuno. Non riesco a fare a meno di chiedermi come crescerà, che donna diventerà, se resterà dura e rigida oppure riuscirà a smussare i suoi spigoli, ad affrontare i suoi fantasmi da sola. Vorrei che questo breve incontro con la dolcezza fosse riuscito a cambiare qualcosa dentro di lei...

Christine

Tutte le mattine facciamo una piccola spedizione all'ospedale più grande. Anne, Patricia e Christine sono ancora ricoverate lì, con malaria, dissenteria e vomito. Le altre tre stavano meglio e le abbiamo accompagnate a casa il giorno prima, avvolte nei loro piccoli fagotti di coperte.

Anne sembra soffrire meno delle altre; sorride un po', si muove, gioca per terra sulla stuoia.

Patricia invece è triste, calda, sudata. E' sempre distesa sul letto, con l'agocannula della flebo brutalmente infilata nella tempia. Avrà circa un anno e ha quello sguardo già visto tante volte, gli occhi seri, severi, tristemente profondi. Come tutti i bambini qui, soffre senza piangere.

Poi c'è Christine, che è un piccolo scheletro color cioccolato. Ha 4 mesi, ma da quanto è magra ne dimostra almeno la metà. Si vedono le costole, lo sterno, ogni singolo osso del corpo. E le braccia sono talmente sottili che hai paura di spezzarle prendendola in collo; la loro pelle sembra un vestito troppo grande, è raggrinzita attorno all'osso.

Ma lei, nella sua magrezza sconsolante, nella sua sofferenza contagiosa che ti arriva all'anima, sorride. Ti guarda con due occhi curiosi, poi spalanca la sua piccola bocca senza denti e ti sorride.

Ed è come se quel sorriso spostasse tutto il tuo baricentro, come un improvviso vorticare di tutto ciò che conosci. Tutti i tuoi pezzi si mescolano e si ricombinano in un altro modo, e molte delle cose che credevi di sapere trovano altri significati.


Delma

Delma è piccola, avrà 2 anni o giù di lì, e da qualche giorno è nel piccolo ambulatorio accanto all'orfanotrofio. Stasera prendiamo la torcia e ci avviamo nel buio, per andarla a trovare.

L'ambulatorio è talmente piccolo che c'è solo Delma, insieme ad una curatrice. E' completamente buio, c'è solo una fiochissima lampada a petrolio che lascia intravedere una distesa di letti vuoti. Delma è nuda per terra sulla stuoia mentre la curatrice la imbocca con un pappone bianco, con immensa gioia delle molte formiche giganti che corrono eccitate sul pavimento...

Qual'è il problema di Delma?”

E' che lei mangia la terra. Le piace proprio. Gioca per terra e nel frattempo la raccoglie e se la mangia. Il che ovviamente vuol dire che è sempre piena di vermi fino ai capelli. Una piccola pancia gonfia da scoppiare e piena di rumore.

La curatrice finisce di imboccarla e la piazza su un logoro vasino blu. Lei, diligente e ferma, se ne sta lì nuda sul vasino, con quell'epopea di borbottii che le nasce nella pancia. E ti guarda, seria. Infinitamente seria. Una sorta di tristezza rassegnata, calma e lucida.

Una volta finito il suo sforzo, ci pieghiamo alle incitazioni della suora e con falsa nonchalance ci affacciamo oltre il bordo del vasino per dare un'occhiatina... Non esattamente un bello spettacolo direi. Delma ha prodotto solo una gran massa semiliquida di vermetti bianchi.

Ora il massimo che si possa fare è pulirla, ma ovviamente di acqua corrente neanche a parlarne... La curatrice prende due o tre manciate di acqua da una bacinella che servirà ancora per chissà quante altre cose e la sciacqua un po' alla meno peggio, così senza sapone e via... Buonanotte Delma.

Moyo Babie's Home

E' strano, praticamente siamo in convento. Ognuna in una piccola e lunga stanzetta, semplice e incredibilmente pulita, dentro la casa delle suore. Un letto, una zanzariera, un tavolino, candele per la notte, e una preziosa scorta d'acqua in un secchio, per poterci lavare domattina.
La casa è un sereno microcosmo femminile (così diverso dalla casa dei preti di Oluko...) all'interno di un fatiscente e traballante edificio che continua a sfidare il tempo, noncurante del silenzio e del menefreghismo del Vaticano, che da decenni non si prende neanche la briga di rispondere alle innumerevoli richieste di aiuto per la ristrutturazione.
Niente luce e niente acqua. Silenzio. Nel lungo corridoio, niente capre né galline. Solo i passi leggeri delle suore e il miagolio di qualche gatto smagrito a caccia di topi.
Tutto il resto del mondo sembra inutile, così lontano e così inconsapevole.
Da qualche ora mi sto chiedendo: “Come farò a tornare a casa? Come potrò lasciare questi bambini e tornare alla vita normale?”. Non ero preparata a questo. Pur essendo già stata qui, solo una settimana fa, non sapevo, non immaginavo. Quella volta c'era stato un impatto forte, ma siamo scappati forse troppo in fretta per capire, per vedere davvero. C'erano scartoffie da riempire, documenti, soldi, dinamiche, traduzioni, foto.....
Oggi no. Siamo arrivate libere e sole, aperte, dopo 3 ore massacranti di un viaggio polveroso insieme al piccolo Fortunate.
La prima necessità è stata andare dai bambini. Dentro di me pensavo che sarebbe stato difficile, che ci sarebbe stato un muro, una barriera, forse più mia che loro. Invece è successo tutto in un attimo, uno sbattere di piccole palpebre.
Mi sono ritrovata circondata da decine di bambini, all'inizio diffidenti, poi sempre più sicuri, più allegri, più vicini. Mi prendono per mano, poi mi guardano con quei loro occhi umidi e grandi, di chi ha già vissuto così intensamente. Mi parlano, in questa loro lingua che è ancora diversa dal Lugbara: innumerevoli domande senza risposte.
Ma sono i loro sguardi, e i miei, a lasciarsi capire.
Forse se ne accorgono che sono qui per loro, che voglio dare loro tutto quello che posso, che li guardo in modo diverso dalle vecchie, indurite e severe care-takers a cui sono abituati. E si rilassano, sorridono sempre di più, si avvicinano sempre di più.
Dopo un po' mi sono completamente addosso. Mi abbracciano, mi stringono il naso, mi mettono le mani nei capelli, mi parlano ancora, mi tirano le braccia in ogni direzione, mi salgono in collo, mi si appendono alle braccia, alle gambe, vogliono che li faccia volare in aria, uno dopo l'altro...
E' il bisogno di contatto fisico la cosa che colpisce di più. Si legge loro addosso, nei gesti. Hanno bisogno di un abbraccio, di una faccia buffa, di una carezza, di un tocco. Alcuni di loro non hanno mai ricevuto un solo bacio in tutta la vita e Ruffina quasi si spaventa quando Raffaella gliene dà uno sulla testa: resta lì stupita a guardarla per qualche secondo, con gli occhi sgranati....
Ma non c'è traccia di tristezza in questi piccoli ometti che bastano già a loro stessi, abituati a fare tutto da soli. Privi di qualunque cosa, ma abituati alla condivisione, alla coesistenza solidale, a crescere velocemente, sostenendosi a vicenda. Si vede da piccole cose, immagini sparse. Qualcuno che condivide la sua caramella già mezza succhiata, qualcun'altro che, piccolissimo, prende in collo chi è più piccolo ancora...
Ed ecco la cosa a cui non ero pronta, ciò che più di tutto non mi aspettavo: è Amore. Un tipo di amore che non mi era mai capitato di provare, x nessuno mai. E' assoluto, potente e disarmante.
E' come essere attraversati da un fiume, un'energia sconosciuta, nuova. Ti lascia sopraffatto.
Mi abbandono al mio essere in mezzo a loro, lascio andare tutto il resto. Dopo un po' non esistono barriere, non esistono malattie, pidocchi, pantaloni bagnati di pipì che ti si appiccicano addosso, mani sporche nei capelli, muco e mosche... Ci sono solo i loro sorrisi pieni e la loro voglia di giocare.
C'è una parte di me che si rende perfettamente conto di quanto sia probabilmente molto più grande quello che loro stanno dando a me di quello che io sto dando a loro.
Restiamo con loro per ore, non ci lasciano più andare, neanche quando arriva l'ora di cena. Ci portano per mano nel loro stanzone, dove aspettano nudi e calmi che le care-takers riempano con le loro mani a cucchiaio quelle piccole ciotole di metallo. Polenta di kassava e fagioli.
Quando, faticosamente, ci separiamo da loro e ci avviamo verso la nostra prima notte di Moyo è come se all'improvviso tutto traboccasse fuori, diventasse semplicemente troppo da tenere dentro. Mi nascondo e piango, tanto, in singhiozzi, come una bambina disperata. E' come un mattone che si è smosso, un qualcosa che scappa fuori da solo, come uno sbuffo di vapore caldo nel terreno duro. Non so neanche perché piango. Forse è il peso di quelle piccole grandi solitudini, e della loro fierezza così forte. O molto più probabilmente è la consapevolezza della mia inutilità, della mia totale estraneità a quei bisogni, e a quelle vite, a quei futuri. Penso che tra meno di una settimana ce ne andremo da qui, torneremo a Oluko (che già mi sembra così lontana...), e poi di nuovo via, a casa, in mezzo alla nostra “normalità”. E forse sarà di nuovo come un piccolo abbandono per loro, chissà, si chiederanno perché siamo scomparse. O forse sarà un senso di abbandono ben più grande per noi...

Ma'Dì

Dopo due settimane di lezioni e grandi sforzi mnemonici, proprio quando cominci a concederti immaginarie pacchette sulle spalle perché sei riuscito ad imparare qualche frase decente in Lugbara... Sorpresa! Bastano 3 ore di macchina e cambia tutto... Ecco fatto, qui a Moyo si parla il Ma'Di, che non solo è diverso dal Lugbara, ma pare che non c'entri assolutamente nulla... Tribù diverse = storia diversa = lingue diverse. Il Lugbara sta al Ma'Di come l'italiano sta al turco, o qualcosa del genere immagino...

E scordiamoci pure quel comodo e così politically correct “Mingoni”, che va bene a tutte le ore. Qui “buongiorno” si dice in almeno 4 modi diversi...

In Uganda si parla un numero indefinibile di lingue. Quasi ogni distretto ha la sua. E ognuna di esse ha svariati dialetti.

Tocca dirlo: menomale che c'è il dannatissimo inglese...

Fortunate

Fortunate ha un anno, è congolese, è stato trovato abbandonato nella boscaglia, vicino ad un villaggio poverissimo, al confine con l'Uganda. Oggi parte con noi per l'orfanotrofio di Moyo, dopo aver ricevuto due settimane di cure e di cibo ad Arua.

Si vede che ha patito la fame, Fortunate (lo hanno chiamato così). Dicono che quando lo hanno raccolto e gli hanno offerto del cibo ci si sia letteralmente avventato sopra, ingozzandosi a due mani, voracemente. E tuttora, dopo 2 settimane, non smette mai di mangiare.

Durante il viaggio è seduto accanto a me, in braccio alla ragazza che lo ha accudito in queste settimane e che resterà con noi a Moyo per qualche giorno, finché Fortunate non si sarà inserito nel nuovo ambiente.

Lui è bellissimo, due occhi enormi, ciglia chilometriche, sguardo saggio.

Durante tutto il viaggio, mangia. Tiene entrambe le mani piene di cibo, banana da una parte e chapati dall'altra. Prima ancora di aver finito quello che ha in una mano mi chiede un altro pezzo di chapati. E ancora, e ancora. Ogni tanto si addormenta, ma senza mai smettere di stringere la sua banana. Non la molla, niente da fare.

Poi si sveglia e, appena aperti gli occhi, fa un leggero mugolio, indica le banane, vuole toccarle... Appena un attimo, come per essere sicuro che siano ancora lì. Poi si riaddormenta.

E Fortunate non vuole essere lasciato. Non puoi sederti, o peggio ancora metterlo per terra. Appena lo lasci comincia a piangere disperato, come pensasse: “No, ragazzi, non ci cascherò una seconda volta.... Adesso non mi faccio più fregare!”.

Gli hanno messo addosso vestiti che gli stanno almeno 2 volte e mezzo. E lui se ne sta lì placido, nei suoi vestiti troppo grandi, nella sua fame vorace e nella sua pesante solitudine. Placido e sereno per tutto il viaggio: 3 ore di caldo appiccicoso, di polvere e sudore, di mucche e buche e rumore, pigiati in 6 dentro un piccolo pick-up (con altri due uomini seduti nel cassone posteriore, già completamente ricoperti di polvere rossa...).

Io, la persona adulta, vorrei mettermi a piangere perché da tre ore non riesco a spostare neanche un piede..... Lui invece, semplicemente, dorme e mangia. Niente pipì, niente cacca, niente pianto, niente noia lamentosa. Niente di niente.

Appena arrivati all'orfanotrofio lo fanno mangiare (di nuovo!). Poi lo mettono fuori, nudo e libero, nella terra polverosa. Sta imparando a camminare, ed è buffo vederlo muovere. Si sposta con le gambe dritte, ma appoggiandosi sulle nocche delle mani, come farebbe un piccolo scimpanzé. E ride tantissimo...

Questo piccolo ometto saggio sembra addirittura capace di essere felice.

Giro di boa

Siamo ai saluti. Mario e Gianluca tornano in Italia, volando via a bordo del piccolo trabiccoletto polveroso...

Sarei dovuta rimanere da sola, invece anche Raffa ha deciso di restare. Lo strano è capire che mi fa piacere. Pare che Raffa sia riuscita a intaccare la mia buccia da orso... E' bello essere qui con lei. E tutto sommato abbiamo bisogno di restare sole. Finora è stato intenso, ma siamo state sempre un po' a traino degli altri. Abbiamo bisogno di trovare un nostro ritmo e di dare un senso più personale al nostro essere qui.

Abbiamo avuto la stessa idea: andremo a Moyo, all'orfanotrofio di Sister Maureen, per qualche giorno. Quel posto ci ha scosso e sentiamo di dover tornare...

St. Francis' Nursery School

La Nursery è pronta! Incredibilmente in tempo. Manca solo la recinzione esterna, ma non abbiamo né tempo né soldi sufficienti, e il lavoro verrà finito al prossimo viaggio dell'Assos.

Pensavo che l'inaugurazione sarebbe stata qualcosa di banale, che so, forse immaginavo cose tipo un mezzo discorso, il taglio del nastro e poco più.

Di sicuro non mi aspettavo tutto questo fermento...

Viene addirittura il vescovo, e da ieri sono tutti mobilitati.

L'area attorno alla cucina si è trasformata fin dall'alba in un rumoroso, affollato, enorme piano di lavoro. Per terra, donne del villaggio sbucciano, puliscono e affettano indecenti quantità di frutta e verdura. Ieri sera Pietro ha preparato la legna per il fuoco e Rosie ha cominciato a cucinare fin dall'alba, bollendo l'acqua per l'ignassa in una tinozza gigante. Sembra che debba dare da mangiare almeno ad un paio di eserciti. Come sempre, ride. Tutti fanno qualcosa.

Il vescovo arriva in ritardo, con il suo seguito di personaggi. E' simpatico. Non so, sarà il contesto, sarà quel volto africano, sarà l'atmosfera, ma non sembra affatto di avere di fronte proprio un vescovo (per quanto la cosa forse non sarebbe in grado di scuotermi neanche in Italia...).

Il villaggio intero si è riunito in una piccola processione colorata. Father George e il vescovo precedono un serpentone umano di grida, canti festosi e battiti di mani. Le donne sollevano sopra la testa verdi rami d'albero, come si usa fare in segno di festa.

La Nursery aspetta paziente l'arrivo della processione, nel suo bel color Ripple Green nuovo fiammante. Qualcuno ha fatto in tempo a pulire tutto, ammassare mattoni rotti a creare un gradino di accesso e posizionare un bel nastro lucido da tagliare (come da manuale).

Dopo il discorso del vescovo, il taglio del nastro, il posizionamento della targa e la cerimonia del Guestbook la gente del villaggio prende possesso dell'edificio, sparpagliandosi nelle aule.

Allora comincia la vera festa. Uomini e donne danno la propria “benedizione” alla scuola nel loro personale, gioioso modo fatto di canti, balli ed euforia. Ogni stanza risuona della musica improvvisata da mani, mura, legni, bottiglie di vetro e grida. Le donne ballano, saltano e ridono.

Father George dice che “stanno pregando” (mah, sì forse stanno pregando, chissà... Ma qualunque cosa stiano facendo sono bellissimi, ipnotici, spingono i tuoi piedi a muoversi, le tue braccia ad alzarsi...).

Il “banchetto” è stato preparato nella casa dei preti. Il nostro solito tavolo è irriconoscibile, sotto un mantello di piatti, ciotole, scodelle, vassoi, pentole.... La massa calda e pastosa di ignassa ha le dimensioni di una damigiana.

Uno dopo l'altro, in ordine di importanza, ci si avvicina al tavolo e si riempie il proprio piatto fino a farlo scoppiare (l'imbarazzo è constatare che noi dobbiamo servirci subito dopo il vescovo... ehm).

Sister Maureen è arrivata apposta da Moyo, e ha portato un incredibile dolce fatto a cuore, così gonfio e soffice e panoso, che sembra impossibile pensare che possa esser stato fatto qui.

Il vescovo parla italiano, è simpatico (mi ripeto..), ci racconta cose... peccato che tristemente ad un certo punto decida di farci assaggiare la sua “creatura”, il suo orgoglio, il suo nettare prezioso.... ovvero il suo VINO, prodotto dalle suore di Idiofe nel suo orto personale.

Il suo amato liquido rosa sporco è qualcosa che definire “vino” è un'offesa alla decenza. Non ho mai assaggiato niente del genere, un misto fra aceto e succo di frutta acido. Con aggiunta di (molto) zucchero direi. Completamente imbevibile.

Poi capisco perché: è fatto con il frutto della vite americana (!), che pare sia l'unico tipo di vite a resistere a questo clima.

Dopo il primo sorso realizzo di colpo l'entità dell'errore: ho riempito il bicchiere fino a metà. E ora pare proprio che toccherà berselo tutto, visto che il caro vescovo nel frattempo non la smette più di decantare i pregi, il gusto, la qualità, l'impagabile valore di quella meraviglia enologica... E tutti annuiscono, tutti, anche le suore! Sono tutti sinceramente d'accordo: quello è il miglior vino della storia.

Murchison Falls National Park

Safari!
Mi sento quasi un po' in colpa all'idea di aver pagato dei soldi per entrare al parco e concedermi un giorno di vacanza... Però mi fa bene. Avevo bisogno di Natura, più di quanto riuscissi a rendermi conto.
Appena varcato il cancello mi sento improvvisamente un po' estranea agli altri. Sono assalita involontariamente da quei familiari sintomi da “naturalista”: qualcosa tipo acuire i sensi, estendere lo sgu
ardo, tracciare invisibili immagini di ricerca mentale, tormentarsi nel tentare di dare un nome alle cose... e in qualche modo fondere se stessi con quello che c'è intorno.
E' come respirare una boccata d'aria pura.
Dopo neanche mezz'ora eccoti un immenso collo in mezzo all'erba alta. E accanto, un altro piccolo collo trotterellante... La giraffa era t
utto quello che speravo di vedere. Ma dopo la giraffa COL CUCCIOLO in effetti potrei anche tornarmene subito a casa serenamente.
Passiamo in mezzo a gazzelle zampettanti, antilopi intimorite, bufali sorpresi, nella loro immobile espressione bovina. E piccoli uccelli autostoppisti a bordo di enormi elefanti fangosi che scendono lenti il profilo della collina, verso la loro doccia quotidiana.
La jeep corre veloce, troppo. Avrei voglia di urlare, fermare Gianluca, aprire lo sportello e farmi lasciare lì in mezzo all'erba. “Voi correte pure dove vi pare, che io resto qui a godermi questi elefanti”. Ma niente: abbiamo solo un giorno per fare tutto il giro, siamo in ritardo, e se non corriamo come furie nella savana rischiamo di perdere il ferry per attraversare il fiume.
Il Nilo è annunciato da un Martin Pescatore bianco e celeste. Scorre silenzioso ma potente, trascinandosi dietro piccoli isolotti d'erba e grovigli di giacinto d'acqua, la piaga che soffoca tutto il Lago Vittoria.

Come una legge universale, il ferry è in ritardo (ovvio...).
Aspettiamo fuori dalla jeep, mentre un ragazzo ci spiega la strada per arrivare alla cascata tracciando nella polvere una mappa delle piste. Il Nilo è come una Presenza, ed esercita di nascosto la sua influenza intros
pettiva anche su di noi, che ci snoccioliamo lungo la riva, ognuno perso dietro chissà che. Mi allontano nell'erba fangosa. Dopo un po' mi ritrovo ad osservare la mia scarpa immersa dentro ad un enorme impronta tonda e cicciotta. Il cuore accelera e impenna, pensando: Ippopotamo?
Poco dopo, uno “Sgruuuunf!” g
randioso sfugge dalla vegetazione lungo la riva, minacciosamente vicino. Ippopotamo! Devo attingere a tutta la mia (poca) razionalità per non mettermi a correre a rotta di collo verso la vegetazione e tuffarmi tra le canne per saltargli in groppa.
No via, l'ippopotamo non è poi così socievole....
Allontanandomi, mi volto e lo vedo: immensa massa scura galleggiante, con quelle sue buffe piccole orecchie che frullano impazzite a pelo d'acqua.
Il “Ferry” non è niente di più che uno scalcinato zatterone a motore largo precisamente quanto un paio di jeep, ma per fortuna galleggia a sufficienza.
Riprendiamo la fol
le corsa verso le cascate. Nel parco delle Murchison Falls il Nilo, che anche se ancora “giovane” è già un fiume più che rispettabile, si incunea dentro una spaccatura di roccia larga solo 7 m e fa un salto di più di 120 m. Ci avviciniamo alla sommità a piedi, seguendo una massa d'acqua agitata e scomposta, assordante. Ci arrampichiamo sulle rocce brillanti della riva, lasciandoci prendere dall'idea del “battesimo” con l'acqua del fiume sacro e degenerando subito dopo in una battaglia di schizzi.
Il sentiero si ferma proprio sul salto d'acqua.... e lì si ferma anche il cuore. Perché la cascata è uno spettacolo di potenza della natura. Il fiume si spinge nella roccia talmente forte che lo spruzzo risale verso l'alto quasi fino alla cima. Guardare tutta quella potenza dall'alto è spaventoso e ipnotico allo stesso tempo. Sei avvolto da una fitta nebbiolina di vapore e dall'abbraccio degli arcobaleni. Energia...
Resto lì immobile a guardare tutta quell'acqua, come un'ebete.

Disco

Oggi è festa nazionale: anniversario dell'elezione di Museveni. In giro c'è un gran movimento, sembra che tutti abbiano voglia di festeggiare. Stasera niente stelle, “si esce”! Ci hanno detto che a poco più di un chilometro dalla parrocchia c'è una discoteca, anche se sembra impossibile immaginarne una in mezzo alla campagna.

La luna non è ancora sorta e noi ci incamminiamo un po' incerti nel nero totale. La strada è, come sempre, popolata di persone che si muovono silenziose, sicure e invisibili in mezzo al buio. Accendere la tua piccola torcia da Musungu ti fa sentire un perfetto imbecille e rinunci in partenza. Ma dopo qualche buca a tradimento e qualche sasso di troppo, pian piano gli occhi si abituano al buio... ed è bello sondare l'oscurità affidandosi all'istinto. Purtroppo però i risultati sono un po' scarsi e non “sondiamo” abbastanza per prevenire l'arrivo di un pazzo su una bici lanciata a tutta velocità, che per poco non ci travolge (Semplicemente impossibile capire come riesca a correre nel buio, senza sfracellarsi dentro una di quelle buche).

Nonostante tutta la tua calma interiore, quella piccola punta di inquietudine da pregiudizi culturali ben radicati si fa sentire: in fondo sei pur sempre in mezzo alla campagna africana, al buio, senza che nessuno sappia dove sei, con gente che ti passa accanto...

Ci avviciniamo ad un gruppetto di persone che stanno camminando verso di noi, per chiedere informazioni. Il buio ci nasconde, forse non si vede che siamo bianchi, e quando arriviamo più vicino e proviamo a chiedere qualcosa, loro ci vedono, cacciano un urlo e scappano!

(Ovvero: la relatività dei punti di vista...)

Tra la strada e i campi c'è una costruzione fatta coi soliti mattoni di fango; si paga l'ingresso affacciandosi ad una specie di buco illuminato da una candela (1000 scellini. Circa 40 centesimi. Con tanto di classico timbro sulla mano). Dentro è quasi buio, ci sono solo un paio di lampade di Wood. Il generatore è ovviamente dedicato tutto alla musica, che è fortissima. Un pavimento di terra battuta scende a scaloni verso la pista, che è sempre di terra. Dall'altra parte si intravede un grande albero, e non si capisce bene se sia stato inglobato nella costruzione oppure manchi semplicemente una parete. Il soffitto è fatto con rami e teli di plastica.

C'è anche il bar: piccole cassette di legno rovesciate, disposte in fila lungo le pareti buone. Su ognuna di esse ci sono un lumino a petrolio, un paio di bottiglie di alcool fai-da-te di un infido color giallo sporco, 5/6 bicchieri di vetro e una bacinella d'acqua in cui sciacquarli.

La gente è tanta, ballano tutti, e sono meravigliosi... Musica locale, che ti prende direttamente dai piedi e ti rende impossibile stare fermo.

La presenza solida di Gianluca rende più facile tenere a bada le mani sguscianti degli uomini che ballano con noi, ma nel frattempo il micidiale alcool fai-da-te continua a dare i suoi bravi frutti sulla gente, e il livello di lucidità collettiva si abbassa sempre di più... Al primo accenno di rissa siamo fuori da tutto in 5 secondi netti.

Torniamo verso casa, sotto una luna bassa appena sorta.


Maracha's Hospital

Alla frase: “oggi dobbiamo fermarci all'ospedale di Maracha per consegnare gli scatoloni di medicinali” c'è un qualcosa che subito ti si blocca all'altezza dello stomaco, una specie di ingorgo. Ma lì per lì minimizzi, fai finta di nulla, ti dici: “ok, che sarà mai in fondo, un ospedale”.

Il problema arriva quando poi entri dentro sul serio...

Purtroppo non c'è modo di tirarsi indietro, questi dottori ci tengono. Anzi, insistono per farci fare il giro completo dei reparti.

Corridoio dopo corridoio, ad ogni stanza che attraversi è come se qualcuno ti posasse dei sassi sulla schiena, sempre più grossi e pesanti. Diventa quasi difficile camminare.

La cosa che colpisce per prima è l'odore, fortissimo. E' un misto di urina, di sporco, di sudore e di sangue non lavato. E poi le mosche... sui volti più sofferenti, sui corpi di chi non ha più abbastanza forze per scacciarle.

Le stanze sono affollatissime. Ci sono talmente tanti letti che a volte non rimane neanche un piccolo passaggio tra l'uno e l'altro. Sui letti, niente lenzuola; i materassi sono rivestiti con una specie di guaina di gomma, che chissà se qualcuno si prende la briga di lavare tra un paziente e l'altro. Per terra ci sono le stuoie, piene di bambini e parenti (mai sentito parlare di limiti di sovraffollamento...).

Ma la cosa che ti aggredisce di più sono gli occhi, gli sguardi delle persone. La maggior parte della gente non è in grado di sostenere le spese delle cure in ospedale e quindi arriva fin qui (magari trascinandosi a piedi per decine di chilometri) solo quando è in condizioni davvero disperate. E allora quella luce, quell'argento vivo dello sguardo che rende questa gente così speciale è scomparso, rimane solo il buio della sofferenza.

Ma ancora, nonostante tutto, tutti ti sorridono. Ti guardano entrare nella stanza e ti dicono: "Benvenuto".

C'è un reparto “Malnutrizione”, ed è pieno di bambini. Una mamma ci chiede sorridendo di fotografare il figlio, ed è praticamente l'unica foto che riesco a fare in tutto l'ospedale...

Dicono che, essendo un ospedale privato, questo è uno dei migliori della zona. Non riesco a immaginare cosa possano essere gli altri....

Verso Moyo

Oggi andiamo a Moyo, al confine col Sudan, per portare i soldi delle adozioni all'orfanotrofio della città. Partiamo così presto che uno strascico di notte ci lascia appoggiare finalmente gli occhi sulla Stella del Sud.
La jeep è pronta dal giorno prima, perché qui ogni viaggio in macchina è una mezza odissea, non è che puoi semplicemente “prendere e partire”....Devi controllare tutto, pensare, verificare. L'eventualità di rimanere fermi in mezzo al nulla non è da prendere neanche in considerazione e Gianluca ha fatto un check completo: motore, olio, liquidi, freni e non so che altro... poi ha legato dietro due taniche, una piena di benzina e una piena d'acqua.
Il bagagliaio è pieno di scatoloni: ci sono vestiti per i bambini, medicine, latte in polvere.
I circa 100 km tra Arua e Moyo richiedono quasi tre ore di viaggio, visto che la strada è un misto disastroso di buche giganti e piccole ondulazioni del fondo sterrato, create dal passaggio dei camion che usano questa strada per raggiungere il Sudan e portare aiuti umanitari in Darfur.
Mario dice che i paesaggi ugandesi non sono gran che in confronto alla Tanzania.... Beh, ci posso anche credere (non essendo mai stata in Tanzania...), ma a me sembra che anche l'Uganda se la cavi benino. La strada è dritta, di un rosso mattone, e segue profili infiniti di colline verdi.
Campi, savana, bosco secco, alberi di tek, manghi e jacarande fiorite. Capre dappertutto. E mandrie di strane mucche con enormi corna dritte, in mezzo alla strada.
Passiamo su piccoli “ponti” che assomigliano di più a guadi, costruiti con semplici tronchi appoggiati da una parte all'altra del rigagnolo di turno, mentre bambini nudi interrompono il loro bagno per guardarci passare, con quello sguardo ironico che sembra scommettere in silenzio che non ce la faremo ad attraversare il ponte senza rovesciarci..... (e in effetti, quel camion appoggiato su un fianco e abbandonato al bordo della strada darebbe ragione più a loro che a noi...).
Nessuna macchina. Raramente, qualche Matatu stracarico di gente, oppure qualche bombato camion anni '50 color pastello, pieno di banane, persone, sacchi, scatole, galline...
Gianluca sfoggia le sue capacità di guida. Le sue vecchie gare di corsa nel deserto affiorano magicamente ad ogni curva. In effetti è bravo, bisogna dirlo. E non è facile, le “ondine” sono ingestibili: per non sfasciare le sospensioni della macchina devi tenere una velocità che ti permetta di volare tra una cresta e l'altra (come col gommone!). Ma il confine è sottile: devi andare abbastanza veloce, ma non troppo, visto che dossi e crateri ti compaiono davanti sempre solo all'ultimo secondo.
Oltretutto la jeep sembra avere dei seri problemini di aderenza, e ad ogni curva sbanda di culo, mettendosi quasi per traverso (la sensazione è più o meno quella di finire catapultato fuori strada in media ogni 10 minuti).
Ma lui niente, tranquillo. N
on so come faccia a mantenere la concentrazione: 3 ore con le mani fisse sul volante e gli occhi puntati sul fondo stradale. E nonostante tutto trova la voglia di cantare, di proporre stupidi giochi per passare il tempo (tipo la gara ad individuare una perfetta sequenza di mucca/capanna da tabacco/uomo vestito di rosso/termitaio....).
Quello che ci distrugge è la polvere. Dentro la macchina ci sono piccoli diabolici vortici rossi che ci aggrediscono da tutte le parti. I rivoli di polvere entrano dallo sportello posteriore, dai finestrini, dalle fessure per l'aria, dal cruscotto. Siamo diventati rossi: vestiti rossi, volti rossi, capelli rossi. Raffa si addormenta e sogna di non riuscire a respirare...
Quando arriviamo a Moyo sembriamo un gruppetto di disperati: sporchi, stanchi e straniti.
Sister Maureen ci accoglie, insieme alle altre suore dell'orfanotrofio.
Siamo al Moyo Babie's Home, che accoglie circa 60 bambini da 0 a 6 anni. Qui l'Assos di Cremona ha avviato un progetto di adozioni a distanza e consegna direttamente le quote per i bambini due volte all'anno, insieme ad eventuale materiale raccolto in Italia, medicine, vestiti ecc.
Sapevo che sarebbe stato duro, ma non mi aspettavo che l'orfanotrofio mi colpisse con tanta forza. E' uno schiaffo di dolore, tristezza e impotenza.
I bambini sono molto piccoli, ti corrono incontro con quei loro occhi troppo grandi, nei loro vestiti sporchi e strappati, cercando di aprirti la borsa per cercare caramelle. Sono tantissimi, e sono induriti dalla solitudine.
La mente viene lapidata dalle immagini. Lettini arrugginiti e bambini magri, soli e malati di malaria; piccoli volti e nasini pieni di muco e mosche; una minuscola bimba prematura, nata di 7 mesi e avvolta in un'improvvisata incubatrice fatta di cenci e coperte; sguardi insondabili di chi osserva lo strano Musungu che arriva all'improvviso, portando i soldi per il cibo...
Dobbiamo riempire scartoffie, parlare con la suora, prendere accordi per le adozioni future, fare fotografie per le famiglie adottive. Ma è dura mantenersi “impermeabili”, non ce la faccio. Sono
impantanata in queste immagini, in questo odore di solitudine, di mancanze. E in questo senso di assoluta impotenza.
Sulla strada del ritorno facciamo una sosta ad Aluma, piccolissimo villaggio in cima alle colline dove lo scorso anno l'Assos ha costruito una scuola elementare
e ha avviato il progetto “Adotta un Maestro”, che consente agli insegnanti locali di lavorare alla scuola.
Per raggiungerlo dobbiamo deviare dalla strada, attraverso i campi, scansando mucche e galline e sperando di non trovarci davanti qualche fiume a tradimento. Quando arriviamo alla scuola, proprio in cima alla collina, la voce del nostro arrivo è già corsa di bocca in bocca e molte persone arrivano a salutarci. Aluma è bellissimo, sembra quasi di essere in montagna e non c'è traccia della solita
bassa foschia. C'è una luce dorata e guardando verso valle sembra di vedere il mondo intero.
Ma non c'è tempo, Gianluca preme, scalpita e ci ricarica in macchina quasi subito.
“Non voglio guidare di notte...”.
Poi capisco perché: guidare di notte è una specie di suicidio. Ovviamente l'illuminazione stradale non esiste, ma il vero problema è la polvere. La luce dei tuoi fari rimbalza contro i muri solidi della polvere smossa dai camion, ed è impossibile vedere qualunque cosa. Il che non sarebbe poi un problema impossibile, se solo la strada fosse mediamente definita. Peccato che invece l'asfalto assomigli più al bordo di una lunga foglia mangiucchiata dai bruchi, e che si apra a sorpresa in baratri di mezzo metro di profondità...
Come ciliegina sulla torta, man mano che ti avvicini alla città ci sono persone, bambini, biciclette,
capre, carretti che si muovono nel buio ai bordi delle strade, completamente invisibili. E' incredibile, non ho la più pallida idea di come faccia, ma credo che Gianluca stia guidando A INTUITO. Io non riesco neanche a guardare; per fortuna mi sono seduta dietro.
Raffaella invece è davanti, ed è bianca e muta.
L'incrocio per Oluko stavolta è un miraggio dolce: anche se è notte, conosciamo ormai ogni singolo sasso della strada e possiamo rilassare un po' lo stomaco.
Vado a letto, e non riesco a smettere di pensare ai bambini di Moyo.

Informazioni stradali

Arua è a soli 15 km dal confine con il Congo. Decidiamo di fare un tentativo, passare il confine e raggiungere il villaggio congolese in cui lavorano due italiani che Gianluca ha incontrato per caso e che hanno avviato alcuni progetti di microcredito da cui poter prendere spunto.

Ma c'è un che di surreale nell'abbassare il finestrino della jeep e sentire la propria voce chiedere: “Scusi... Andiamo bene per il Congo?”.

Alla fine ci arriviamo davvero, sul confine. C'è una striscia di terra di nessuno larga qualche centinaio di metri, tra due sbarre di ferro. Dentro la striscia, una capannetta con un paio di poliziotti. Gentilissimi ma irremovibili: per entrare in Congo si pagano 100 dollari a testa, anche solo per 10 minuti. Niente da fare...

Messa

Domenica. Se finora siamo riusciti a sfuggire, oggi non c'è verso, tocca andare alla messa per forza. Incredibile, praticamente la mia prima messa! Ma nonostante le perplessità e la levataccia alle 7,30 di mattina, è bello sentirsi parte di questo flusso lento di persone...

Lo spazio davanti alla chiesa è pieno di donne e bambini seduti per terra. Chi mangia canna da zucchero, chi allatta, chi si fa intrecciare i capelli.
Dentro è ancora peggio: un muro di gente. La chiesa è strapiena, roba da far stramazzare di invidia qualunque prete europeo....
Tantissimo colore. Pareti un po' gialle, un po' rosse, un po' verde menta, con una striscia picchiettata (e un po' sbrodolata..) a mano, di almeno un'altra decina di colori diversi. E poi i colori delle persone, delle stoffe, dei turbanti delle donne.
Mario e Gianluca (gli esperti) chissà dove sono. Noi entriamo e ci sediamo, a caso, sulla prima panca con due buchi liberi. Per pura fortuna abbiamo azzeccato il lato giusto: donne a sinistra e uomini a destra, ce ne siamo accorte solo dopo.
Siamo pigiati come sardine. Accanto a me c'è una bambina piccolissima; appena mi vede, così schifosamente bianca, si mette a piangere. Poi decide che forse non sono troppo pericolosa e comincia a giocare affascinata con il mio orologio.
La messa è molto bella, fa un po' strano dirlo, ma è vero. I preti parlano poco e la gente canta molto. Cantano, si muovono, ondeggiano, battono le mani. Ci sono grandi tamburi e uno strumento che sembra un enorme ferro da stiro a corde. E c'è un'intensità speciale nel loro modo di cantare preghiere. Forse perché sono convinti...
E sono gioiosi, trascinanti, potenti. Si avverte un'energia forte lì dentro.
Father George ci risveglia dal torpore mettendosi improvvisamente a parlare inglese e introducendoci alla comunità, per spiegare cosa stiamo facendo ad Oluko. Poi ecco la bella idea di presentarci personalmente uno ad uno, facendoci alzare in piedi in mezzo alla chiesa, nel silenzio generale... Cavolo, non ero preparata a questo! Ci sono un paio di centinaia di occhi puntati verso di noi, pieni di curiosità e di aspettativa. George ci invita sull'altare a parlare. Per fortuna che Raffaella si immola per la causa e, forte del suo migliore inglese, mi solleva da questo impiccio.... Grazie Raffie.

Mattoni

Mattoni, mattoni, mattoni... Qui non fanno altro che fare mattoni. Ci sono mattoni dappertutto, in città come in campagna, lungo le strade come in mezzo ai campi; enormi distese di blocchetti neri e ordinati.

Sono fatti di fango, e certo qui quello non manca... basta trovare l'acqua.

Dopo aver inzuppato il terreno, il fango ottenuto viene impastato con le mani e messo dentro a piccoli stampi di legno. Chi non possiede uno stampo incide il terreno con uno spago tenuto ben teso tra le mani, generando i mattoni più irregolari che il mercato edile abbia mai osato chiedere.

Poi i blocchetti vengono ordinatamente stesi l'uno accanto all'altro, in verticale, e lasciati seccare al sole per qualche giorno. Dopodiché un instancabile lavoro di passamano li raggruppa tutti in cataste enormi, perfette, che vengono ricoperte completamente di fango e poi compattate. Alla base delle cataste ci sono grandi fori in cui viene messa legna ottenuta abbattendo liberamente ogni piccolo o grande albero abbia la sfortuna di trovarsi lì nei pressi.

Il fuoco brucia per una notte intera. Poi la catasta viene “sbucciata” liberando i mattoni, che ora sono diventati duri. E rossi...

Fare mattoni è l'ABC del business, il primo gradino nella piramide degli affari. Ce ne sono talmente tanti che all'inizio ti chiedi cosa diavolo se ne facciano, come riescano a usarli tutti, visto che raramente vedi costruire nuove capanne... Un vero mistero.

Altro mistero: il trasporto. Proprio mai ti capita di vedere qualcuno che arriva e se li porta via. Che ne so, un camioncino, una bici, una mucca, qualcosa.... No. Quei pezzi di fango secco sono sempre lì per terra dove nascono. Passano attraverso tutte le loro fasi, dall'impasto alla cottura, fino a che un giorno, misteriosamente, ecco che sono scomparsi, lasciando come traccia solo un largo spazio vuoto nel terreno.

Usare la testa

La testa è come un quinto arto per le donne africane. E' come un dono, un piccolo miracolo.

Per queste donne fatte di ossa e nervi, instancabili, inaffondabili, tenaci, silenziose e sorridenti nella loro fatica quotidiana, nel loro macinare chilometri e chilometri a piedi, dall'alba al tramonto, portando con sé figli, capre, galline, maiali... in un viaggio polveroso che non ha mai fine, che si ripete giorno dopo giorno.

La testa è, semplicemente, un'estensione delle braccia. E' come una piccola piattaforma sicura dove il movimento delle mani, dopo aver raccolto qualcosa, termina istintivamente la propria corsa.

Non importa che il carico sia piccolo, enorme, leggero o intollerabilmente pesante; tutto finisce naturalmente lassù in alto. E neanche la forma dell'oggetto ha importanza. E' come se avessero una specie di sesto senso, qualcosa di impercettibilmente preciso, per trovare l'esatto baricentro di qualunque cosa passi loro tra le mani. Basta soppesare qualcosa per un attimo per scoprire quell'angolino segreto, quel sottile spigolo magico che fa restare tutto in piedi da sé...

Ma il miracolo non è tanto il fatto che lo tengano sulla testa, quanto il fatto che, nel frattempo, facciano magari 30 km a piedi, parlando, allattando un bambino legato dietro la schiena (senza smettere di camminare), girandosi a salutare, mangiando canna da zucchero....

E' come se il collo avesse una vita propria, completamente indipendente dal resto del corpo. Il collo è FISSO, sempre. E' il resto del corpo che si muove. Magari sotto ad un sacco di carbone lungo un metro e mezzo e pesante 30 chili...

All'inizio le guardi camminare e pensi “No, è fisicamente impossibile. C'è un trucco..”. Poi ti abitui pian piano, diventa normale... e allora cominci a concentrarti su QUELLO che riescono a portare.

Ebbene, non c'è limite. Sulla testa puoi portare banalmente fagotti di stoffa, cesti, casse, scatole, tinozze e taniche... Oppure, se sei “avanti”, puoi portare caschi di banane, fascine di legna, cocomeri interi, tronchi di bambù lunghi 6 metri, una macchina da cucire, un braciere con teiera incorporata. Ma la più avanti di tutte, che non dimenticherò mai, portava sulla testa un intero salottino da the: un tavolino di legno rovesciato, con dentro 4 panchetti, due bracieri, due teiere e tazze per tutti...

"Here comes the sun..."

L'anno scorso i volontari dell'Assos hanno installato a Oluko, oltre ad un sistema di raccolta per l'acqua piovana, una pompa per attingere l'acqua direttamente dalla falda. In questo modo la gente del villaggio può avere accesso ad una fonte di acqua pulita e soprattutto stabile nel tempo. Peccato però che la benzina per alimentare la pompa costi un sacco di soldi e così i preti non siano in grado di garantirne il funzionamento quotidiano.
Quest'anno allora Mario ha pensato di sostituire la pompa elettrica già esistente con una nuova, alimentata ad energia solare.
Gli eroici pannelli sono sopravvissuti ad un paio di voli e al viaggio infernale a bordo del bolide di Benny; se non altro sembrano collaborativi.
L'assemblaggio dell'impianto non è tanto immediato, anche perché gli strumenti che abbiamo a disposizione sono poco più che le nostre mani. Ma qui “tutto si può”... E abbiamo come aiuto un variopinto team di improvvisati installatori: il ridente e giovane Valentino, il silenzioso e vecchio Pietro e il dinoccolato Sebastian (ebbene sì, qui i nomi sembrano tutti italiani....Potenza del cattolicesimo).
La vecchia pompa elettrica deve essere recuperata in fondo al pozzo e sostituita, insieme ai 50 metri di tubo sotterraneo che portano l'acqua della falda fino al grande tank che raccoglie anche l'acqua piovana. I pannelli nuovi vanno collegati e fatti funzionare, quelli vecchi vanno recuperati su un fragilissimo tetto di lamiera, riparati, e fissati su lunghissimi pali d'acciaio che li mantengano ben esposti alla luce, nonché ragionevolmente protetti dal furto.
Sotto le direttive di Gianluca passiamo 3 giorni a segare, sfoltire, scavare, misurare, annodare, inchiodare, fascettare, trapanare (il mitico trapano a mano!), interrare, sondare, cementare, issare...
Gli occhi di Father George sono sempre più luminosi, giorno dopo giorno.
Alla fine eccolo lì, il magico rigagnolo d'acqua... Un rivoletto piccolo, a prima vista quasi ridicolo, ma costante e immutabile. E soprattutto: gratuito. Da oggi il tank non smetterà più di riempirsi e la comunità avrà una scorta di acqua pulita tutto l'anno, tutti gli anni. Senza costi. Devo ammettere che è una bella sensazione.

Distanze

A volte non è facile essere qui. Devi convivere con i tuoi contrasti, i controsensi, le molte domande senza risposte.

C'è una parte di te che, soprattutto all'inizio, PRENDE. Si nutre dell'atmosfera, della diversità, della bellezza, della pace, della gente, delle sensazioni positive. E c'è l'altra parte, più silenziosa, che viene fuori più lentamente: quella che sente una spinta sempre più forte a dare, lasciare qualcosa.

Il problema è come farlo. Sembrerebbe banale, invece non è semplice. Prima di tutto perché all'inizio ci sono un sacco di cose che devi capire: ritratti della realtà, ma anche dinamiche, contesti, rapporti fra persone e fra istituzioni... Sei un po' a traino, passivo. Osservi soltanto, cercando di capire.

Poi, mentre cominci a capire, cominci anche a renderti conto davvero, toccando con mano, di quanto sia enorme quella differenza fra te e tutte le persone che hai intorno. Sì certo, lo sappiamo tutti, è l'eterna storia Occidente-contro-Sud-del-Mondo, ricchezza e povertà, squilibri profondi e insanabili, eccetera.... ma quando ti ci trovi in mezzo è diverso, lo vedi, lo respiri, lo assaggi. C'è un qualcosa di profondamente sbagliato, e te lo senti addosso come una macchia. Anche tu, che nel tuo piccolo mondo di benessere sei l'ultima ruota del carro e ti barcameni come puoi per raccattare dei soldi per pagare le bollette e regalarti qualcosa ogni tanto, qui sei enormemente, intollerabilmente ricca. Tanto che con un mese del tuo tanto disprezzato stipendio potresti risolvere le vite di molte persone, consentire loro di avviare attività di lavoro, garantire l'istruzione per anni a intere classi di bambini.

E' pesante. Ti viene voglia di aprire i tuoi rubinetti e regalare tutto quello che puoi, riempire più bicchieri possibile, lasciare che le distanze si colmino almeno un po'...

E poi, riflettendo ancora, arginato anche da chi è più saggio di te e ha già visto tutto più e più volte, capisci che non puoi farlo. Perché è un concetto sbagliato, un approccio dannoso, un ingigantire la figura del bianco-ricco che, nell'immaginario di tutti, arriva qui e regala soldi alla gente.... E soprattutto non risolve le cose. Il buon vecchio Confucio non era uno scemo... non serve a molto regalare dei pesci a qualcuno che poi non sa come pescarne altri.

Senza contare il fatto che se cominci a regalare non c'è limite a quello che ti puoi trovare di fronte. E nessuna di tutte le decine di persone che comincerebbero a chiedere dovrebbe avere meno diritto degli altri a ricevere qualcosa.

Bisogna dare il proprio apporto in termini di mezzi, di strumenti, di approcci, di comunicazione.

Ed è ancora più difficile.